Giovedì 2 aprile 2026, alle ore 20, la Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, diretta da Frédéric Olivieri, torna sul palcoscenico del Teatro alla Scala per l’atteso spettacolo istituzionale. Il programma, pensato per esaltare la versatilità e la maturità interpretativa di allieve ed allievi, spazia dal virtuosismo ottocentesco di Paquita alle visioni contemporanee di Mauro Bigonzetti e Shahar Binyamini.
Ad accompagnare i danzatori sarà l’Orchestra dell’Accademia sotto la bacchetta di Maria Seletskaja, Direttrice Musicale dell’English National Ballet, la cui esperienza come ballerina solista nelle massime compagnie europee conferisce alla sua direzione una rara intesa con il respiro del palcoscenico.
L’apertura della serata è affidata alla Presentazione ideata da Frédéric Olivieri sugli Études di Carl Czerny. Vera e propria “mappa visiva” della didattica scaligera, il pezzo vede schierata tutta la Scuola, dal 1° all’8° corso.
In una progressione che evidenzia l’evoluzione che si compie nell’arco del programma di studi, in una sequenza di passi e movimenti sempre più complessi, la coreografia permette di osservare il nesso fecondo tra formazione tecnica e pratica di palcoscenico, cifra distintiva del Dipartimento Danza dell’Accademia guidato da Olivieri.
Segue la Suite dal Divertissement di Paquita, balletto classico fra i più noti del repertorio, rimontato dai maestri Tatiana Nikonova e Leonid Nikonov sulla versione creata da Marius Petipa nel 1881 con le musiche di Ludwig Minkus e che con il celebre finale, il Grand Pas Classique, eseguito spesso come pezzo a sé stante, è diventato la versione coreografica di riferimento. Ambientato nella Spagna napoleonica, il balletto narra le intricate vicende che portano all’unione della gitana Paquita, ignara delle sue nobili origini, con l’ufficiale Lucien d’Hervilly.
La Suite presentata dalla Scuola scaligera si apre con la Polonaise-Mazurka eseguita dagli allievi fra il 2° e il 5° corso, a cui segue l’Entrée del corpo di ballo femminile. Il cuore della suite è il Pas de deux sull’Adagio della coppia principale, Lucien e Paquita, interpretati da due allievi dell’ultimo anno. Un passo a due che richiede una tecnica di notevole maturità, in cui la serrata sintassi accademica si sposa con le trame geometriche delle quattordici ballerine che compongono il corpo di ballo. Il finale, tra i virtuosismi delle variazioni di Lucien e Paquita e la travolgente Coda, impegna gli allievi negli sfavillanti piqués taquetés e nei classici fouettés en tournant, restituendo tutta la brillantezza della grande tradizione classica.
Rossini cards di Mauro Bigonzetti, ripreso da Roberto Zamorano, Paola Vismara e Walter Madau, conduce, invece, nel linguaggio contemporaneo con una creazione che alterna sinuosità ammalianti a celebrazioni della purezza formale, intrecci di prese audaci a manifestazioni di profonda sintonia fino a un’esplosione di energia travolgente. La vibrante vitalità dei giovani artisti si sposa perfettamente con la dinamicità che anima questo pezzo disegnato nel 2004, che restituisce nei movimenti il ritmo incalzante ed insieme esatto e geometrico della musica di Rossini.
Apre una tavolata in cremisi, dove i danzatori si muovono all’unisono giocando su veloci movimenti di testa e braccia sulle note del sestetto Questo è un nodo avviluppato da La Cenerentola, interpretato dai Solisti dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici. Segue un duetto a terra dalle plastiche pose scultoree su Ouf! Les petits pois tratto dai Péchés de vieillesse(Peccati di vecchiaia, raccolta di brevi composizioni per pianoforte solo, per voce e pianoforte, per ensemble vocali e cameristici) affidati all’esecuzione di Massimo Ciarella, maestro collaboratore della Scuola scaligera. È quindi l’Andante della Sonata n.2 in La minore per archi, ad accompagnare i movimenti febbrili di un tormentato assolo femminile a cui fa seguito, sull’Allegro della stessa Sonata, un terzetto giocato su intrecci coreografici e ardite elevazioni. Ancora sulle note di uno dei brani dei Péchés de vieillesse, il Prélude fugassé, irrompe un altro assolo femminile incalzante nella vivacità ritmica e nella precisione del tratto sulle punte. Dopo un ironico riferimento al talento culinario del compositore, si chiude in un tripudio di ritmo e allegria sull’Ouverture de La gazza ladra, dove il crescendo rossiniano si traduce in una contagiosa coreografia eseguita dagli interpreti tutti abbigliati in giacca, pantaloni e basco nero.
Conclude lo spettacolo Bolero X di Shahar Binyamini, ripreso da Walter Madau. Acquisizione più recente nel repertorio della Scuola, il pezzo è nato nel 2022 a Seul e ha consacrato Binyamini come uno dei coreografi più interessanti della nuova generazione israeliana.

Sul ritmo ostinato della celebre partitura di Maurice Ravel, Binyamini – ex danzatore della Batsheva Dance Company e cofondatore di un gruppo di ricerca pionieristico con sede al Weizmann Institute for Science che esplora i legami fra danza e scienza – schiera cinquanta allieve ed allievi in un crescendo travolgente.
La coreografia punta sulla connessione potente tra i corpi, in un movimento teso, ricco di torsioni e spirali, che trasforma il Bolero in una celebrazione dell’energia vitale, riflettendo la ricerca del coreografo sul rapporto tra danza, scienza e natura.
L’appuntamento al Teatro alla Scala si pone al centro di una stagione densa di impegni nazionali e internazionali per la Scuola di Ballo che si concluderà solo in piena estate. Dopo le rappresentazioni al Piccolo Teatro di Milano (7-10 maggio) e il compimento del percorso di studi con i diplomi del 6 giugno, l’attività artistica proseguirà in altre prestigiose sedi come il Festival di Montecatini (1° luglio) e il Teatro di Tharros (7 luglio), per culminare sul palcoscenico del New National Theatre di Tokyo in occasione del Ballet Asteras 2026 l’1 e 2 agosto.
Allenare alla velocità la memoria del corpo. Reinterpretare un balletto con la maturità di un anno di più. Tuffarsi in uno stile mai affrontato prima. Come ogni anno, la Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala aggiunge un nuovo tassello al suo percorso verso il professionismo.

Sotto la guida dal 2006 del maestro Frédéric Olivieri, che è anche tornato da un anno alla testa del Corpo di Ballo del Teatro, la Scuola scaligera punta a far scoprire ai propri allievi il nesso fecondo tra formazione tecnica e pratica di palcoscenico in un affascinante percorso di studio che si sviluppa nell’arco di otto anni. Entrano a undici anni e si diplomano a diciotto, imparando il vocabolario secolare del balletto classico-accademico, antico ma non immoto perché legato al corpo e costantemente in contatto con l’oggi, e sperimentando al contempo altri modi di vivere il movimento, la tecnica, la coreografia, la scoperta di sé. Un dialogo vivace con i linguaggi della danza e del mondo del presente. Di corso in corso gli allievi sono spronati da un ricco repertorio di titoli: rivisitazioni dei grandi classici ideate sul loro talento come Schiaccianoci, Cenerentola, La Fille mal Gardée dello stesso Olivieri, creazioni come Balthus Variations della coreografa e docente di contemporaneo Emanuela Tagliavia, titoli nati originariamente per compagnie professioniste e firmati da maestri del Novecento e di oggi, da George Balanchine a William Forsythe, Maurice Béjart, Angelin Preljocaj, Jíři Kylián. E nuovissime sperimentazioni con coreografi più giovani come Shahar Benjamini, Sasha Riva e Simone Repele.
Pratica efficace che quest’anno, per il tradizionale spettacolo della Scuola al Teatro alla Scala, si articola su quattro lavori: l’immancabile Presentazione con tutti gli allievi, un capolavoro del virtuosismo ottocentesco come Paquita di Marius Petipa e due pezzi rappresentativi dell’ampiezza stilistica della coreografia contemporanea:Rossini Cards di Mauro Bigonzetti e Bolero X di Shahar Binyamini. Bigonzetti, già a lungo direttore di Aterballetto, è tra i maggiori coreografi italiani con creazioni in repertorio al New York City Ballet, all’English National Ballet, al Bol’šoj, allo Staatsballett di Berlino, al Corpo di Ballo del Teatro alla Scala, di cui è stato anche direttore. Binyamini è un talentuoso coreografo israeliano, classe 1988, con all’attivo commissioni da Singapore, Corea, Canada, Germania, Svezia, ricerche sul rapporto tra danza e scienza, la direzione della House of Dance Company di Beer Sheva. Ospite nel 2025 al Festival dei Due Mondi di Spoleto, ha alle spalle un fecondo passato da interprete nella Batsheva Dance Company con Ohad Naharin e Sharon Eyal. Rossini Cards è entrato a pieno titolo nel repertorio della Scuola di Ballo dallo scorso anno, Bolero X è acquisizione più recente.
Ad accompagnarli i giovani componenti dell’Orchestra della stessa Accademia, sotto la direzione di Maria Seletskaja, Direttore Musicale e Direttore Principale dell’English National Ballet e della English National Ballet Philharmonic.
Ma andiamo per ordine. Apre la Presentazione ideata da Olivieri, assistenti alla coreografia i maestri della Scuola. In scena tutti gli allievi sugli Études di Carl Czerny. Giocata sulle crescenti difficoltà tecniche dal primo all’ultimo anno di corso, la Presentazione è una sorta di “manuale visivo” dalle basi in mezzapunta ai grandi salti, dai primi esercizi in punta ai piqués e ai virtuosistici fouettés en tournant e manegès: una volata dentro gli otto anni di studio, in cui, di stagione in stagione, gli allievi danzano le nuove mete raggiunte.
La Presentazione è prologo festoso e collettivo agli altri titoli che nella loro composizione, numero di interpreti, stile coreografico, mettono in risalto anche le singole personalità e attitudini tecnico-interpretative degli allievi. In ordine di locandina alla Presentazione seguono una Suite dal divertissement di Paquita, Rossini Cards di Mauro Bigonzetti e Bolero X di Shahar Binyamini.
Storia rompicapo, quella di Paquita, ed esemplare per entrare nelle modalità con cui nell’Ottocento e nel secolo a seguire si lavorava sui balletti di repertorio. Nello spettacolo allieve e allievi si misurano con una Suite dal divertissement del III atto ideato in primis dal coreografo francese Marius Petipa nel 1881 e poi ripreso in molte varianti fino a oggi: a rimontarlo e rivederlo per la Scuola i maestri Leonid Nikonov e Tatiana Nikonova.
Qualche passo indietro: Paquita debutta a Parigi nel 1846, su coreografia di Joseph Mazilier, libretto di Mazilier e Paul Foucher, musiche diÉdouard-Marie-ErnestDeldevez, interpreti principali gli stessi protagonisti della prima Giselle del 1841: Carlotta Grisi e Lucien Petipa. Balletto originariamente in due atti e tre scene, si ambienta nella Spagna dominata dai francesi sotto Napoleone che fa da sfondo alla storia d’amore tra la bella Paquita e il giovane ufficiale Lucien d’Hervilly. Storia a lieto fine, piena di colpi di scena, costruita ad intreccio tra scene pantomimiche e brillanti parti danzate. Un mix tra pura danse d’école e caratterizzazione spagnola.
Nel 1847 Paquita approda ai Teatri Imperiali di San Pietroburgo: a danzare il protagonista maschile del balletto è questa volta Marius Petipa, fratello di Lucien. Il futuro primo maître de ballet già mise mano alla messa in scena, oltre che a danzare la parte: ristrutturò e revisionò Paquita in tre atti insieme a Pierre Frédéric Malavergne. La versione destinata a diventare di riferimento per Paquita fu però quella curata dal solo Marius Petipa nel 1881 a San Pietroburgo, con l’aggiunta di nuova musica di Ludwig Minkus e moltissime danze. Petipa rivide il Pas de troisdel primo atto,coreografando ex novo per il terzo numeri destinati a grande fortuna: unaPolonaise- Mazurka interpretata dai bambini dei primi anni di corso della Scuola, seguita da un capolavoro di virtuosismo, il Grand Pas, composto da Entrée, Adagio, Variation après l’Adagio, Variazioni e Coda.
Il balletto fu poi ripreso più volte, ma, alcuni anni dopo la rivoluzione del 1917, Paquita, come altri balletti di epoca zarista, uscì in Russia dal repertorio, salvo il gran finale del terzo atto ideato da Petipa chedivenne uno dei Divertissement a sé stanti più noti del repertorio classico. Un gioioso, frizzante omaggio al virtuosismo che da allora a oggi si presenta in più varianti, giocate, come in un patchwork, su differenti combinazioni: la presenza o assenza della Polonaise-Mazurka, il Grand pas, in cui spesso è inserito il Pas de trois, la scelta di quali variazioni prima della Coda mettere in scena tra quelle principali della versione del 1881 di Petipa-Minkus, quelle che lo stesso Petipa rielaborò da altri balletti e altre ancora.
Paquita nella sua interezza torna in scena negli anni Duemila, complici gli studi filologici sul balletto ottocentesco legati alla riscoperta all’Università di Harvard dei quaderni di notazione coreografica Stepanov. Nel 2001 Pierre Lacotte riscostruisce il balletto per l’Opéra di Parigi, versione andata in scena al Teatro alla Scala nel 2025 con la partecipazione degli allievi più piccoli della Scuola di Ballo nella Polonaise-Mazurka. Nel 2014 Alexei Ratmansky insieme a Doug Fullington, musicologo e grande conoscitore del sistema di notazione Stepanov, presenta una Paquita legatissima ai quaderni di Harvard per il Bayerisches Staatsballett di Monaco1.
Ed eccoci allo spettacolo della Scuola di Ballo dell’Accademia: in scena una Suite dal Divertissement. Si apre con la Polonaise-Mazurka in cui sfilano complessivamente trentasei tra allieve ed allievi fra il 2° e il 5° corso in una versione curata appositamente per la Scuola dai maestri. Segue l’Entrée danzata da un corpo di ballo femminile composto da quattordici allieve degli ultimi anni. Il Pas de deux sull’Adagio impegna la coppia principale (Paquita e Lucien), accompagnata dal corpo di ballo. Con la Variation après l’Adagio e la chiusura spumeggiante della Coda si chiude il balletto. Un’immersione nella tecnica accademica intrecciata a un elegante sapore di Spagna all’insegna dello studio del repertorio.
Qualche curiosità: l’Adagio si apre con un solo di violino in sol maggiore che introduce l’entrata dell’intera orchestra. Le quattordici allieve del corpo di ballo femminile si posizionano in una diagonale che attraversa la scena dal fondo a sinistra (visione dal pubblico) a destra in avanti, lungo la quale arriveranno i due solisti. Tutto l’Adagio si sviluppa con il corpo di ballo che accompagna il pas de deux, disponendosi in file e cerchi, tra i tanti passi accademiciarabesque, tendu effacé fondu, tours de promenade en pointe, pose indemi-arabesque en pointe, pirouettes. Si prosegue con Variation après l’Adagio su un Allegro in re maggiore: sezione del Grand pas in cui si mettono in luce in parti solistiche più ballerine del corpo di ballo che avanzano in formazioni da quattro o da due su alternati temi musicali.
Nei quaderni Stepanov la variazione di Paquita ballata a Scuola è fatta risalire a un’interpolazione aggiuntiva di Petipa ideata originariamente nel 1892 dentro la sua ripresa de La Sylphide su nuova musica di Riccardo Drigo: si tratta di un bellissimo e lirico assolo dominato dall’arpa2. Lucien (che nel 1881 non aveva nessuna variazione) a sua volta danza su una variazione dal balletto La Source di Delibes rivista da Minkus e poi da Drigo e ballata da Legat nel 1902. È ripresa nel Grand pas allestito al Bol’šoj nel 2008 da un altro rilevante coreografo e storico, Yuri Burlaka, che già aveva collaborato con Ratmansky perLe Corsairenel 2007. Finale travolgente con la Coda, un Allegro con fuoco dagli sfavillanti piqués taquetés e, naturalmente completato per Paquita e Lucien dagli immancabili fouettés en tournant e giri alla seconda.
Era il 2004 quando Mauro Bigonzetti presentava al Teatro Comunale di Modena il debutto di Rossini Cards con la compagnia Aterballetto di Reggio Emilia. Un pezzo di energia dirompente, pieno di ironia e vitalità, ma anche punteggiato da momenti più intimi di sottile scavo interiore. «Il balletto» ha raccontato Bigonzetti in occasione delle prove finali in Accademia diRossini Cards,rimontato da Roberto Zamorano, maître e assistente del coreografo, Paola Vismara e Walter Madau, «deriva dall’amore per Rossini nato nella mia infanzia. Studiavo alla Scuola dell’Opera di Roma e fui scelto con alcuni altri bimbi per una comparsata ne La Gazza Ladra. Avevo undici anni, quell’entrata in scena di quaranta secondi con un cocomero in mano è stato il mio primo lavoro in teatro, era la stagione 1971-1972. Ricordo quell’esperienza come una scossa tellurica, stavamo lì per ore anche se dovevamo fare poco, ma che emozione vivere il teatro dall’interno, ascoltare i cantanti, il coro, l’orchestra. Fu come entrare in una dimensione altra. Ho poi partecipato a tante opere di Rossini, Il turco in Italia, Il barbiere di Siviglia, La donna del lago, opere serie, opere buffe, L’italiana in Algeri fu un vero spasso. Così ho avuto sempre il desiderio di creare un balletto sulla musica di Rossini. Ed è stato come tirare fuori da un cassetto un mazzo di cartoline pensando con gioia a tempi lontani».
La pienezza del divertimento, il gusto di passeggiare tra i ricordi con l’immaginazione sfociano in una carrellata di quadri a sorpresa cuciti su brani memorabili. La lunghissima tavolata in cremisi, giocata sui veloci gesti geometrici di braccia e testa dei danzatori è tutt’uno con musica e testo di Questo è un nodo avviluppato da La Cenerentola, sestetto interpretato dai Solisti dell’Accademia di perfezionamento per cantanti lirici, altro fiore all’occhiello della Scuola scaligera; gli incantevoliPéchés de vieillesse(Peccati di vecchiaia, raccolta di brevi composizioni per pianoforte solo, per voce e pianoforte, per ensemble vocali e cameristici qui affidati a Massimo Ciarella, maestro collaboratore della Scuola di Ballo) accompagnano una serie di coreografie brevi che sono un invito per i giovani ballerini a tirare fuori la loro capacità di interpretazione: plastico e seduttivo il duetto scultoreo a terra tra un ragazzo e una ragazza danzato su Ouf! Les petits pois, un omaggio alla bellezza delle linee in punta del balletto è il fremente assolo su Prélude fugassé. Sull’Andante della seconda Sonata per archi ancora un assolo femminile dilaniato dalla paura: precede un passo a tre, tutto intrecci e perigliosi lifts sull’Allegro della stessa Sonata. Chiusura collettiva travolgente sull’Ouverture da La Gazza Ladra.
«Ad incantarmi è tutta la musica di Rossini, nello spettacolo ho dedicato più di un pezzo al suo mondo pianistico. Organizzava delle grandi cene, mettendosi al pianoforte per suonare circondato dai suoi amici. Così sono nati in situazioni private i suoi Péchés de vieillesse. Amava la cucina, la musica, le donne. La ricetta che una delle ballerine recita in scena è sua».
Con l’Accademia un incontro felice: «Non avevo mai pensato che questo mio pezzo potesse funzionare in profondità con una Scuola e invece sono rimasto colpito dalla recettività di questi ragazzi di sedici, diciassette, diciotto anni, un approccio maturo. La pratica di palcoscenico voluta da Olivieri fa sì che gli allievi siano pronti al mondo del lavoro, cosa non consueta per una Scuola. Rossini Cards non è un pezzo semplice, penso al duetto con le due ragazze, il Prélude inoffensif, complesso anche psicologicamente eppure le interpreti che abbiamo scelto sono così credibili. Gli allievi che danzano Rossini Cards si avvicinano alla coreografia da apprendere con una purezza rara che dipende dalla giovane età, qualcosa che mi ha profondamente stupito. Una generazione che può dare nuova linfa a un pezzo del passato, una scoperta sorprendente su cui riflettere. Con gli anni, del resto, sento che quello che mi incuriosisce di più è conoscere il carattere dei danzatori con cui lavoro, capire cosa hanno dentro, comprendere il loro mondo. Oggi mi interessano le persone, l’umano sopra ogni cosa».
Un crescendo di un tema che si ripete per diciotto volte, dal pianissimo al fortissimo, una partitura che ha fatto storia, introdotta dal flauto, accompagnato da tamburo, viola e violoncelli, una melodia e un ritmo che incalzano con l’aggiunta di ripresa in ripresa di altri strumenti, clarinetti, fagotto, corno, e trombe, tromboni, timpani, piatti, con il coinvolgimento finale ed eccitante dell’intera orchestra.
Il Bolero di Maurice Ravel appartiene all’immaginario collettivo, musicalmente e coreograficamente. Debutto con Ida Rubinstein e coreografia di Bronislava Nijinska nel 1928, tra le versioni coreografiche successive quella famosissima di Maurice Béjart del 1960, ripresa anche recentemente alla Scala, un danzatore o una danzatrice incarna sensualmente il Bolero al centro di un tavolo rotondo, con un corpo di ballo maschile che man mano partecipa al crescendo circondando il solista. Una partitura che non smette di essere feconda.
Con una cinquantina di allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia chiude lo spettacolo la trascinante versione coreografica dell’israeliano Shahar Binyamini, ripresa da Walter Madau. Titolo Bolero X, un pezzo nato nel 2022 in Corea, un grande successo richiesto da molte compagnie in giro per il mondo. «Stavo lavorando a Seul su una creazione» racconta Binyamini. «Avevo diversi brani musicali che pensavo di usare. Un giorno ho deciso di accompagnare le prove con il Bolero: non avevo pianificato di fare un pezzo sulla musica di Ravel, è successo quasi per caso ed è emozionante vedere oggi rinascere Bolero X in tanti paesi e con danzatori diversi. Ogni volta che vado in studio a riprendere Bolero X è un incontro nuovo, qualcosa può cambiare negli assoli, nei duetti, negli unisoni. Ed è tra gli aspetti del mio lavoro che più amo».
Nessun tavolo, una relazione potente tra i danzatori, che entrano nel crescendo con un movimento teso, ricco di torsioni, spirali. Corpi che sembrano spinti dall’interno verso il raggiungimento di una meta nello spazio che li circonda, di un incontro con gli altri e per gli altri.
«Vorrei che la mia danza potesse rimanere senza tempo, riflettendo sempre la natura e il nostro più puro desiderio di crescere e svilupparsi, senza scorciatoie. La danza richiede impegno, processi fisici che ti mettono alla prova. L’obiettivo è affrontare questo processo individualmente per diventare una versione migliore di sé e scoprire cosa può fare il proprio corpo. Penso che ballando si entri in contatto con qualcosa che deriva dai propri nonni e bisnonni, qualcosa che deriva dai geni, che puoi però modificare, plasmare e che continuerà a cambiare anche dopo la tua morte, qualunque cosa tu trasmetta. La danza è una costante reazione a ciò che succede nel mondo. Il solo fatto di essere originario di Israele e di poter ancora diffondere il mio lavoro, lavorando con tante culture e tanti artisti diversi, è già per me un modo di affrontare la situazione, un’energia che voglio diffondere. La danza ha una sua forza, ha un linguaggio universale ed è ciò che mi appassiona, un’energia vitale che può connetterci con una comunità internazionale. Quindi mi concentro su ciò che faccio, in studio con i danzatori, sperando che il messaggio dei miei lavori continui a risuonare negli anni». Nel documentario Changing the Way We Move, prodotto da Dance Masterclass e dedicato a Bolero X, dice Binyamini: «I danzatori possono quasi toccarsi, fare movimenti molto decisi, molto espressivi, rispettando però sempre lo spazio degli altri. Sono in questo portavoce di un messaggio potente, come umanità dobbiamo trovare una strada per coesistere».